Concorso Re-Live 2020 Vince il gruppo reBel-la (Politecnico di Milano – DAStU e Università degli Studi “G. d’Annunzio” Chieti-Pescara)

Autore:

reBel-la
Alessandro Rogora, Anna Delera, Paolo Carli, Luciana Mastrolonardo, Nicole De Togni, Lavinia Dondi, Elena Fontanella, Agim Kërçuku, Fabio Lepratto, Michele Morganti, Manuela Romano con Chiara Battini, Riccardo Bondioni, Ludovico Conte

Data:

10 Luglio 2020

Il gruppo reBel-la (Politecnico di Milano – DAStU e Università degli Studi “G. d’Annunzio” Chieti-Pescara) ha vinto il concorso Re-Live 2020 “Architettura e tecnologia per l’abitare. Upcycling degli edifici ERP di Tor Bella Monaca a Roma” organizzato dalla Società Italiana di Tecnologia dell’Architettura (SITdA) con il progetto “Tor Bella Assai. Sei campi di azione strategica per la rigenerazione di Tor Bella Monaca”!

Il progetto interviene sui punti critici di una delle più significative realizzazioni del primo Piano Nazionale di Edilizia Economica e Popolare per promuovere il diritto alla casa contemporaneo, attento allo spazio dell’abitare ma senza dimenticare il diritto ad una fruizione equa dello spazio pubblico, al lavoro e a un contesto ambientale e sociale dignitoso.

reBel-la / Politecnico di Milano – DAStU e Università degli Studi “G. d’Annunzio” Chieti-Pescara
Alessandro Rogora (tutor senior), Anna Delera (special consultant), Paolo Carli, Luciana Mastrolonardo (tutor junior), Nicole De Togni, Lavinia Dondi, Elena Fontanella, Agim Kërçuku, Fabio Lepratto, Michele Morganti (Assegnisti di Ricerca DAStU-Dipartimento d’Eccellenza, progetto Fragilità Territoriali, partecipanti under 40), Manuela Romano con Chiara Battini, Riccardo Bondioni, Ludovico Conte (partecipanti under 40)

UN GRUPPO MULTIDISCIPLINARE PER UN PROGETTO MULTISCALARE
Lavorare su Tor Bella Monaca sollecita gli aspetti della multidisciplinarità del progetto e della multiscalarità di intervento.

Il gruppo di lavoro reBel-la si è costruito attorno alla coscienza che la complessità del tema richiedesse responsabilità e strumenti di saperi differenti, valorizzando l’interazione tra competenze, sguardi e metodologie variegate. Utilizza la cultura del progetto per visualizzare, analizzare ed affrontare problemi complessi, in sintonia con una descrizione della fragilità che non può che essere multidimensionale e interdisciplinare, assumendo la trasformazione fisica come catalizzatrice di politiche e strategie di recupero del patrimonio non solo edilizio e ambientale ma anche sociale ed economico.

Le lenti attraverso le quali è stato letto lo stato di fatto ed articolato il progetto sono molteplici: l’interazione tra la prospettiva urbanistica, tecnologica e architettonica e quella storica, sociologica e demografica ha consentito di definire un quadro conoscitivo complesso in grado di intercettare diverse scale di progetto (urbana, del paesaggio, architettonica, di interno e di dettaglio, tecnologica) e di aprire a interventi puntuali capaci di intercettare le criticità a diversi livelli senza stravolgere i connotati essenziali della situazione esistente.

In un progetto di recupero architettonico, tipologico, tecnologico e paesaggistico-ambientale i confini disciplinari devono essere sfumati: le risposte alle esigenze di ripensamento di Tor Bella Monaca passano anche attraverso l’urgenza di strutturare una nuova alleanza tra ambiti disciplinari, per immaginare nuovi modelli di trasformazione e valorizzazione della città pubblica.

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IL PROGETTO
Il quartiere di Tor Bella Monaca si pone come una porzione isolata di territorio periferico, risultato di un’iniziativa di Edilizia Residenziale Pubblica tanto ambiziosa nelle intenzioni quanto fallimentare negli esiti. È segnato da duri conflitti sociali, appropriazioni di spazi collettivi per pratiche illecite, scontri e crisi abitative ripetute, ma è anche il luogo di un radicato e longevo associazionismo e di iniziative solidali che prendono forma negli spazi residuali.

L’eccessiva disponibilità di spazi aperti – il “too much public space” che secondo Léon Krier può essere erroneamente inteso come sinonimo di agiatezza – e la conseguente difficoltà di gestione e controllo ha portato negli anni a situazioni di degrado e ad utilizzi impropri che hanno sottratto agli abitanti una risorsa importante come la fruizione di spazi pubblici e semipubblici di qualità. Finalizzata nelle politiche pubbliche all’origine del quartiere a fornire standard urbanistici maggiorati per mitigare una situazione di fragilità sociale ed economica, l’ampiezza dello spazio pubblico si è rivelata un elemento di fragilità anche nella mediazione del rapporto tra costruito e spazio aperto. 

Il progetto si concentra quindi – anche dal punto di vista delle risorse economiche previste – sulla riformulazione del rapporto tra costruito, spazio urbano e ambito agricolo, e sulla qualità dell’abitare e degli spazi aperti, agendo a diverse scale applicando prospettive variegate e interagenti nell’ottica generale di facilitare l’accesso alla casa e al lavoro. Scelte metodologiche di base riguardano la volontà di non alienare né demolire il patrimonio pubblico ma di risolverne le criticità agendo soprattutto sugli spazi aperti e sull’attacco a terra degli edifici – identificati come luoghi delle principali criticità individuate in fase di analisi – aumentando il numero di abitanti del patrimonio pubblico grazie a nuove tipologie residenziali. Non si consuma ulteriore suolo, ma si sceglie di sfruttare tutti gli spazi attualmente sottoutilizzati (tra cui le coperture) articolando il contesto anche grazie all’inserimento di ambiti semi-pubblici e privati.

I sei campi di azione strategica individuati e proposti – 1.corti, 2.accessi, 3.casa-lavoro, 4.spazi urbani, 5.resilienza e microclima, 6.involucro – affrontano i temi fondamentali di progetto per la rigenerazione del quartiere, interagendo tra loro sugli spazi fisici ma anche declinandosi in molteplici interventi.

La necessaria riarticolazione del rapporto tra agro romano, spazi pubblici, spazi di pertinenza e servizi prende forma nel ripensamento delle corti e del rapporto tra i due fronti del blocco R5 [strategie 1, 2, 4], promuovendo al tempo stesso la diversificazione degli spazi, la reciproca valorizzazione delle finalità e la continuità tra gli usi. Il lato est si caratterizza per l’interazione tra ambiti coltivati ed attività urbane andando a mitigare i fattori di separazione preesistenti e a ridefinire gli elementi che compongono il paesaggio periurbano, mentre sul fronte di via dell’Archeologia i numerosi accessi diretti rendono lo spazio della strada un luogo più denso di situazioni e pratiche, un’occasione di interazione sociale costruttiva anche grazie al ridimensionamento dell’impatto della circolazione motorizzata.

Il progetto favorisce inoltre il mix funzionale, sociale e generazionale proponendo nuove tipologie abitative di casa-lavoro ed inserendo un sistema diffuso di servizi e micro-servizi più accessibili [strategie 2 e 3], che contribuiranno al benessere economico, alla valorizzazione delle competenze degli abitanti, alla riscoperta degli spazi pubblici e di pertinenza e al controllo sociale. Il ripensamento dell’attacco a terra diventa così occasione per ridurre la rigidità attuale del sistema di distribuzione e proporre uno spazio più permeabile. Le unità abitative che si “perdono” nella trasformazione sono compensate con interventi in copertura a proporre unità “fuori ERP” per promuovere ulteriormente la mixitè sociale.

Le azioni sull’involucro edilizio e sugli spazi aperti [strategie 5 e 6] mirano inoltre al comfort abitativo ed ambientale: le facciate sono ripensate dal punto di vista prestazionale ma anche compositivo, le coperture offrono nuove occasioni di attività e aumentano la volumetria a disposizione mentre consentono una riduzione del dispendio energetico, gli spazi aperti si differenziano e articolano rispetto al loro carattere pubblico mediando tra il costruito e l’ambiente circostante mentre contribuiscono alla resilienza del territorio e alla mitigazione del cambiamento climatico.

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